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La Mina

Capitolo eleven –  Che notte.

Gli era sempre piaciuto cucinare. Soprattutto gli piaceva cucinare quando aveva ospiti. Cucinare per sé stessi era deprimente. Trovava esaltante la soddisfazione dell’ospite. Il piacere risiedeva tutto nei benevoli commenti dei commensali. Non era esibizionismo, il suo modo di essere artista  si esprimeva nel soddisfare il suo pubblico. Quando osservava dalla cucina chi sedeva a tavola era un po’ come sbirciare il pubblico in sala da dietro le quinte di un teatro.

Qualcuno che chiedeva di poter riprendere una pietanza aveva la stessa carica emotiva della richiesta di bis alla fine di un concerto. I vassoi vuoti suonavano come un applauso a scena aperta. Il Corsini provava, proprio come gli attori, i cantanti, o chiunque affrontasse un pubblico, la paura da ingresso in scena. Soffriva molto quel particolare momento, e quando se ne presentava l’occasione, lo demandava volentieri, rimanendo in cucina ad aspettare i commenti. Il silenzio degli invitati era sempre inquietante. Il tempo che intercorreva da quando il piatto usciva dalla cucina, a quando, assaggiatolo, arrivavano i primi complimenti appariva infinito. Lui stava attento a percepire anche il minimo indizio che potesse rivelargli una valutazione del piatto prodotto. La persistenza del silenzio non era buon segno. Lapo sapeva che chiunque, anche l’amico più sfacciato, non avrebbe potuto essere sincero oltre il silenzio quando il cibo non fosse stato  di suo gradimento. In tutti i casi arrivava il momento in cui, come lo stilista che alla fine della sfilata si presenta in passerella, lui si sarebbe dovuto  presentare a tavola per mangiare e raccogliere i commenti o i silenzi dei commensali. Quella sera, comunque, la tensione per la cena sarebbe stata sicuramente superata da un altro tipo di tensione, quella per gli eventi del dopocena.

Era uscito presto dall’ufficio, subito dopo che Susanna se n’era andata, per avere il tempo di fare la spesa. Come gli capitava spesso, non si era dato troppa pena per la mancanza di un menù definito. L’ispirazione gli sarebbe arrivata fra gli scaffali del supermercato. Tanto odiava fare la spesa a pancia piena, quanto gli piaceva farla quando era affamato. Eccitato dalla fame dava il meglio di se, era conscio, e non se ne dispiaceva, che il suo fare la spesa diventava vera e propria compulsione all’acquisto  all’aumentare dell’appetito. Partendo da questa considerazione, aveva immaginato come le catene di supermercati potessero sfruttare quell’impulso quale tecnica di marketing. Avrebbero potuto applicare sconti crescenti all’avvicinarsi dell’ora di pranzo e cena. “Che bella pensata”. Con questi pensieri in testa fece acquisti al reparto panetteria, a quello di frutta e verdura, a quello del pesce concludendo con quello delle bevande. Sapeva che a  Marina piaceva il buon vino, ricordava bene quale era l’effetto di un bianco sui freni inibitori della sua ex fidanzata. Lo stesso che avrebbe avuto dell’olio versato sui freni della sua macchina. Affidò il delicato compito ad un Gewurztraminer, vino che abbinato ad un prosecco d’entrée avrebbe potuto accompagnare la cena dall’antipasto fino al dolce e che si sarebbe ben accompagnato con il pesce che aveva comprato.

Corse a casa e si mise a cucinare. Era bravissimo a fare le cose in breve tempo,  peraltro il menù di quella cena non prevedeva tempi lunghi. Per primo tagliolini al ragù di pesce, e per secondo un branzino in forno con le verdure, più o meno in un’ora e mezza avrebbe fatto tutto, compresa l’apparecchiatura del tavolo. Durante il tempo della cottura del pesce, avrebbe fatto la doccia e si sarebbe vestito. Tutto calcolato.

Marina asciugò i capelli senza usare il fon, sapeva che Lapo apprezzava i suoi capelli lasciati un po’ selvaggi. Con il rasoio si depilò accuratamente le gambe. Odiava singolarmente uno ad uno quei pochi peli, fortunatamente chiari, che le spuntavano ad intervalli di un paio di mesi dall’ultimo taglio.  Frequentando  Lapo, si era resa conto, dai suoi  commenti su altre donne, che il mancato perfetto “disboscamento” delle estremità inferiori veniva da lui notato con molto fastidio. Immaginando un finale  in cui le sue gambe sarebbero state protagoniste, mise molta cura nell’eseguire quella che lei stessa indicava scherzosamente con le amiche come “operazione lamberjack”. Verificò anche lo stato della “boscaglia” all’inguine, e concluse che pur imperfetta la situazione “poteva ancora andare”. Il pensiero viaggiò fino a pensare a cosa ci potessero trovare gli uomini in una chicca depilata. Senza peli sembrava una bambina, ma forse era proprio questo che li attirava, e allora: “che stronzi gli uomini”. Marina, quando doveva indicare in maniera gentile la sua vagina, continuava a chiamarla “chicca”. Era il nome che le aveva insegnato sua madre quando da bambina  le faceva il bagno e forse per questo quel nome le dava un senso di  candore ed educazione. Dopo essersi passata la crema idratante su tutto il corpo, indossò il completino color viola scuro che aveva scelto con sicurezza fin da subito, dopo aver ricevuto l’invito di Lapo. Il reggiseno era a balconcino e per la parte inferiore aveva scelto con cura un perizoma. I suoi seni pur ancora vincenti rispetto alla forza di gravità,  erano esaltati da quel reggiseno costituito nella metà superiore da un pizzo accattivante. Quella biancheria dava loro una forma ancor più rotonda e materna, sostenendoli dal basso e lasciando intravedere il roseo capezzolo sottostante. Comunque, il pezzo forte, lo sapeva già, sarebbe stato il perizoma. Lapo ne andava matto. Era  un triangolo formato per il cinquanta percento dallo stesso pizzo del reggiseno e che lasciava intravedere il suo boschetto magico. Dalle due estremità più alte del triangolo partivano due nastri che appoggiandosi sui fianchi si ricongiungevano al centro dietro la schiena. Da qui, un’unica entità, come un fiume carsico, si inabissava fra i suoi glutei e riemergeva giusto per ricongiungersi alla terza estremità del triangolo, quella più bassa e nascosta alla vista. Marina si mise di profilo rispetto allo specchio, si guardò, e strizzandosi l’occhio pensò: “stasera sei mio!”. Rispolverò il suo tubino nero accollato, smanicato e corto sopra le ginocchia, lo accompagnò con un paio di sandali neri tacco cinque. Finì con un  un filo di trucco, e lasciò i capelli castani asciugati al naturale sciolti sulle spalle. Un’ultima occhiata allo specchio grande della camera nella quale si trovò “niente male”. Prima di uscire, si buttò sulle spalle un giubbotto di pelle nera, per quando sarebbe tornata a casa la notte, ma soprattutto per smorzare l’eleganza del tubino e dei tacchi.

Arrivò a casa di Lapo puntuale. Lui l’accolse in jeans e camicia bianca. Aveva le maniche arricciate che lasciavano scoperti gli avambracci moderatamente pelosi ed i capelli ancora bagnati e tirati indietro. Agli occhi di Marina sembrava assomigliare in modo sorprendente a quell’attore spagnolo tanto sexy: Antonio Banderas.

Come da protocollo, la cena fu breve, e Lapo aveva fatto bene a non dedicarci più attenzioni del dovuto. Lei aveva lo stomaco chiuso per l’emozione e riuscì a mangiare pochissimo, in compenso bevve parecchio. All’entrata Lapo l’aveva accolta con una flûte di prosecco e lei non si era fatta pregare. La seconda flûte, sorseggiata mentre Lapo finiva di cuocere gli spaghetti, l’aveva accompagnata con qualche oliva e pezzetti di parmigiano, giusto per non farsi cogliere di sorpresa dall’alcol. Lo stratagemma non aveva funzionato e già dopo dieci minuti il vino aveva compiuto il suo percorso metabolico e cominciava a far sentire i suoi effetti. La testa si era fatta leggera, e tutto quello che Lapo le diceva le sembrava allegro e degno di una risata. Durante la cena nonostante il poco appetito, non era riuscita  a tenersi alla larga dalla bottiglia del vino. Per diverse volte il suo bicchiere si era riempito e poi svuotato con la complicità di Lapo. Il dolce non fu mai servito.

Era arrivata in camera da letto in precario equilibrio. In una mano l’ennesimo calice di vino, l’altra intorno al collo di Lapo. Le labbra incollate  a quelle del suo Banderas, che sembrava avere mille mani e tutte intente a prendersi cura di lei. La testa le girava e le sensazioni la assalivano; così non avrebbe resistito ancora molto, sarebbe scoppiata.

–      Marina …

–      .. mmmmmm…

–      … Marina sveglia … tesoro io devo uscire … sono le otto.

Una mano che la accarezzava, quelle parole e un persistente profumo di caffè furono le prime cose che percepì mentre aveva ancora gli occhi chiusi.

Quando li aprì, sbattendoli e stropicciandoseli, trovò Lapo seduto sul bordo del letto con una tazzina bianca fumante in mano. Un caffè, era quello di cui aveva bisogno, prima di qualsiasi altra cosa. Con i capelli sul viso, accennò solo un sorriso, si tirò a sedere tenendo pudicamente le lenzuola a coprire i seni e prese un sorso dalla tazzina. Lapo si avvicinò, la baciò in fronte e sorridendole ammiccò alla sua mano che sorreggeva il lenzuolo per coprire il seno e le disse:

–      Adesso ti vergogni? Lasciati guardare.

Nella sua mente iniziarono a riaffiorare i ricordi. I bottoni della camicia di Lapo che si aprivano. Il suo profumo, sempre lo stesso. I lenti mugolii intervallati da sospiri. Le mani che la esploravano. La bocca di Lapo su di lei. Mentre ancora stava  rievocando la nottata e bevendo un altro sorso di caffè Lapo guardandola dolcemente negli occhi assonnati le sussurrò,

–      Sei stata stupenda …

“Oddio cosa avrò fatto”  pensò lei dando a vedere la sua preoccupazione. Lui si alzò dal letto ed iniziò a tirar su la persiana per far entrare la luce del mattino di Giugno. Solo allora lei si accorse che Lapo era già vestito e pronto per andare al lavoro.

–      Io devo andare. Tu prenditi tutto il tempo che vuoi, quando hai finito esci e tirati dietro la porta.

Quando fu sulla porta si girò, le mandò ancora un bacio soffiandolo verso di lei, e uscì dalla stanza. Lei abbozzò un bacio di risposta solo con le labbra perché stava tenendo con una mano il piattino e con l’altra la tazzina del caffè.

Quando sentì sbattere la porta d’ingresso e rimase sola, prese l’ultimo sorso di caffè, quello più dolce. Appoggiandosi con la schiena alla testata del letto, si liberò della tazzina oramai vuota, richiuse gli occhi e decise di regalarsi ancora cinque minuti nel letto.  Riaffondando nel buio provò a ripercorrere la serata e la nottata appena passate. Maledetto vino! Le aveva lasciato, oltre ad una gran pesantezza di testa, solo le sensazioni di quell’incontro, invece ora avrebbe voluto ricordare tutto per riviverlo nella sua intimità.

Un ricordo riaffiorò e d’istinto aprì gli occhi per verificarlo. Trovò sullo specchio appeso sopra al comò, davanti al letto quello che cercava: le impronte di due palmi e dieci dita. Allora si gustò quanto stava riaffiorando, il respiro di Lapo nei suoi capelli, le sue mani che le stringevano i seni. Lo specchio che si appannava con il suo respiro affannoso. Il suo “sì” gridato, la mano di Lapo che le tappava la bocca, le ginocchia che cedevano. L’aveva presa in piedi, appoggiata allo specchio. Sentì ancora un’onda di calore salire dal suo ventre. Chiuse di nuovo gli occhi e fece l’amore con se stessa, immaginando che il suo Banderas fosse ancora lì. Le servirono solo pochi istanti e la sua testa fu invasa da un fantastico e conclusivo gioco pirotecnico. Quando, ancora ansimante, Eros la depose di nuovo sulla terra, cercò con lo sguardo i suoi vestiti. Li trovò accuratamente ripiegati sulla poltroncina davanti allo specchio. Immaginando le sue condizioni della sera prima, dovette ammettere che non poteva essere stata così precisa. Quei vestiti sulla poltrona non ce li aveva messi lei, era stato Lapo, in un ultimo gesto d’attenzione, quando si era alzato.

Aveva chiesto mezza giornata di permesso al lavoro non aveva fretta, e allora decise di dormire ancora un po’.

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